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Note che curano: come la musica riesce ad arrivare dove le parole non bastano

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Note che curano: come la musica riesce ad arrivare dove le parole non bastano

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Esiste un momento, nella vita di alcune persone, in cui le parole smettono di funzionare. Non perché manchino le cose da dire, ma perché il dolore, la paura o la confusione sono così profondi da rendere il linguaggio uno strumento insufficiente. È proprio in quei momenti che la musica, spesso in modo inaspettato, trova la strada.

Non è magia. O forse lo è, nel senso più laico e meraviglioso del termine. La ricerca scientifica negli ultimi vent'anni ha documentato con crescente precisione gli effetti della musica sul cervello, sul sistema nervoso, sulla regolazione emotiva. Ma al di là dei dati clinici, ci sono le storie. E le storie, come sempre, dicono cose che i numeri non riescono a spiegare del tutto.

La voce ritrovata: musica e riabilitazione neurologica

Anna aveva cinquantaquattro anni quando un ictus le portò via le parole. Non del tutto, ma abbastanza da renderle la vita quotidiana un percorso a ostacoli. Capiva tutto, ricordava tutto, ma le frasi si bloccavano a metà, le parole scivolavano via proprio quando ne aveva più bisogno. La frustrazione, racconta sua figlia Marta, era devastante.

"Mia madre era una donna che parlava tantissimo. Era la prima a fare battute, a raccontare storie. Vederla in silenzio forzato era straziante per tutti noi."

Fu il neurologo a suggerire la musicoterapia. In particolare, una tecnica chiamata Melodic Intonation Therapy, che sfrutta il fatto che le aree cerebrali coinvolte nel canto sono parzialmente diverse da quelle del parlato. In poche parole: alcune persone con afasia riescono a cantare frasi che non riescono a pronunciare.

Anna ha iniziato il percorso con scetticismo. Dopo tre mesi, stava cantando canzoni dei Beatles con il suo terapista. Dopo sei, riusciva a dire frasi complete nella vita quotidiana. "La musica le ha ridato la voce", dice Marta. "Letteralmente."

Dietro le sbarre, una band

Nel carcere di Bollate, alle porte di Milano, ogni giovedì pomeriggio si sente suonare una chitarra. È il momento delle prove della band che da quattro anni riunisce detenuti con storie e background completamente diversi. C'è chi non aveva mai preso in mano uno strumento, chi aveva suonato da ragazzo e poi aveva smesso, chi usa la musica come unico modo per non impazzire.

Lorenzo, quarantadue anni, è in carcere da sei. Ha imparato il basso in prigione. "All'inizio pensavo fosse una cosa per passare il tempo. Poi ho capito che era diverso. Quando suoni insieme a qualcuno, devi ascoltarlo. Devi stare attento a lui. In carcere non sei abituato ad ascoltare nessuno."

Il progetto è coordinato da Federica, musicoterapeuta con quindici anni di esperienza in contesti difficili. Per lei, il valore della musica in carcere non è tanto terapeutico in senso stretto, quanto relazionale. "Questi uomini imparano a creare qualcosa insieme. A dipendere gli uni dagli altri in modo positivo. È una competenza enorme, che poi si trasferisce in altri ambiti della vita."

La band ha suonato in pubblico due volte, in eventi organizzati all'interno del carcere. Il pubblico era fatto di familiari, operatori e qualche giornalista. "Quando abbiamo finito il primo concerto", ricorda Lorenzo, "c'era gente che piangeva. Anche noi piangevamo. Non me lo aspettavo."

Il lutto e il coro: cantare insieme per non restare soli

Dopo la morte di suo marito, Giuliana non riusciva a stare in casa. Il silenzio era diventato insopportabile. Un'amica l'ha trascinata quasi con la forza a una prova di un coro amatoriale del suo quartiere, a Torino. Giuliana non aveva mai cantato in vita sua.

"Ero terrorizzata. Mi sentivo fuori posto. Poi hanno attaccato a cantare e qualcosa si è rotto dentro di me. Ho pianto per tutta la prima ora. Ma era un pianto diverso, non di disperazione. Era come se qualcosa si stesse sciogliendo."

Giuliana è nel coro da due anni. Ha fatto amicizie che non pensava di poter fare a sessantuno anni. Ha scoperto che la sua voce, che non aveva mai usato, era qualcosa di suo, qualcosa che nessun lutto poteva portarle via.

La coralità, spiegano gli esperti, ha qualcosa di profondamente umano. Cantare insieme sincronizza i respiri, abbassa il cortisolo, aumenta l'ossitocina. Ma soprattutto, rompe l'isolamento. "Il dolore si sopporta meglio quando sai che intorno a te c'è qualcuno che ti sente", dice semplicemente Giuliana.

Cosa dice la scienza (e cosa va oltre)

La musicoterapia è oggi riconosciuta come disciplina clinica in molti paesi, Italia inclusa. Viene utilizzata in oncologia per gestire l'ansia e il dolore, in neurologia per la riabilitazione post-ictus, in psichiatria per i disturbi dell'umore, nelle cure palliative per accompagnare i pazienti nelle fasi finali della vita.

I meccanismi sono molteplici: la musica attiva il sistema dopaminergico, coinvolge simultaneamente molte aree cerebrali, facilita l'accesso a memorie ed emozioni depositate in strati profondi della psiche. Ma i musicoterapeuti sono i primi a dire che la scienza spiega il come, non il perché certi incontri tra una persona e una melodia producano trasformazioni che sembrano quasi miracolose.

"Ho visto persone riaprirsi alla vita attraverso una canzone", racconta Federica. "Persone che avevano smesso di sperare. Non so spiegarlo completamente. So solo che succede."

Un invito all'ascolto

Forse la lezione più grande che queste storie ci lasciano è questa: la musica non è un lusso, non è intrattenimento di serie B, non è sottofondo. È un linguaggio primario, antico quanto l'uomo, capace di raggiungere parti di noi che la razionalità non sa nemmeno dove cercare.

La prossima volta che una canzone vi fa venire i brividi, o vi riporta di colpo a un momento del passato, o vi fa piangere senza sapere bene perché, non scacciate quella sensazione. Ascoltatela. È la musica che vi sta dicendo qualcosa di vero su chi siete.

E a volte, è esattamente quello di cui abbiamo bisogno.

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