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Borghi ritrovati: quando i luoghi dimenticati tornano a respirare attraverso l'arte

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Borghi ritrovati: quando i luoghi dimenticati tornano a respirare attraverso l'arte

Esiste un'Italia che non compare nelle guide turistiche. Non ha piazze affollate né ristoranti stellati. Ha strade di pietra ricoperte di erba, finestre murate, chiese con il tetto crollato e calendari fermi a decenni fa. È l'Italia del silenzio, quella che il dopoguerra e l'urbanizzazione hanno svuotato lentamente, borgo dopo borgo, famiglia dopo famiglia.

Ma qualcosa sta cambiando. In modo discreto, quasi timido, questa Italia dimenticata sta tornando a fare rumore.

Il villaggio che si è dipinto da solo

Tuchan, Civita di Bagnoregio, Craco. I nomi dei borghi fantasma italiani evocano qualcosa di malinconico e affascinante insieme. Ma la storia che vogliamo raccontare viene da un posto meno famoso: Montesano Salentino, piccolo comune in provincia di Lecce, 2.800 anime e qualche centinaio di case vuote nel centro storico.

Qualche anno fa, un gruppo di artisti locali e forestieri ha cominciato a dipingere i muri di quelle case abbandonate. Non graffiti, non decorazioni casuali. Murales enormi, dettagliatissimi, che raccontano la storia del paese: i contadini che lavoravano la terra, le donne che tessevano al telaio, i pescatori che partivano prima dell'alba. Ogni muro è diventato una pagina di un libro a cielo aperto.

«Volevamo che chi era andato via potesse tornare e riconoscersi», racconta Lucia, una delle artiste del collettivo. «E volevamo che i giovani capissero da dove vengono. Senza radici, non si cresce.»

Oggi Montesano Salentino attira visitatori da tutta Italia. Non molti, per carità — non si tratta di un fenomeno di massa. Ma quei visitatori arrivano con una consapevolezza diversa. Vengono a cercare qualcosa, non solo a scattare foto.

Gli archivi che nessuno sapeva di avere

Non tutta la memoria si trova sui muri. A volte dorme nelle cantine, nelle sacrestie, nelle soffitte di vecchie scuole elementari. L'Italia è un paese che ha prodotto documentazione per secoli, ma che spesso non sa cosa farsene.

Roberto è un archivista di 44 anni che lavora a Palermo. Da dieci anni porta avanti un progetto personale e quasi ossessivo: visitare i piccoli comuni della Sicilia interna e censire i materiali d'archivio dimenticati. Ha trovato fotografie degli anni Venti mai sviluppate, registri anagrafici del Settecento scritti a mano con una calligrafia quasi illeggibile, lettere di emigranti mai recapitate perché il destinatario era già partito per l'America.

«Ogni volta che apro una scatola polverosa, ho la sensazione di incontrare qualcuno», dice. «Qualcuno che pensava di essere dimenticato per sempre.»

Roberto non è solo. In tutta Italia esiste una rete informale di appassionati, storici dilettanti, bibliotecari volontari che svolgono questo lavoro di recupero con risorse minime e una dedizione che rasenta il sacro. Non lo fanno per carriera. Lo fanno perché credono che ogni storia meriti di essere preservata.

Quando il degrado diventa tela

A Milano, in un'area industriale dismessa nella zona di Lambrate, un ex capannone di tremila metri quadri è diventato negli ultimi due anni uno degli spazi espositivi più interessanti della città. Non ha nome ufficiale — i frequentatori lo chiamano semplicemente "il Capannone". Non ha orari fissi. Non ha un direttore artistico nel senso tradizionale del termine.

Quello che ha è una comunità: artisti visivi, fotografi documentaristi, musicisti sperimentali che usano le pareti scrostate e i pavimenti sconnessi come parte integrante delle loro opere. Il degrado non viene nascosto né mascherato. Viene incorporato, interrogato, trasformato in linguaggio.

«In un museo tutto è troppo perfetto», spiega Davide, uno dei fotografi che espone regolarmente lì. «Qui le crepe sul muro ti dicono qualcosa. Ti ricordano che niente dura per sempre, e che proprio per questo vale la pena raccontarlo adesso.»

Questo approccio — che potremmo chiamare estetica della fragilità — sta diventando una delle tendenze più interessanti nell'arte italiana contemporanea. Non si tratta di nostalgia, attenzione. Non c'è nessuna romanticizzazione della miseria o del declino. C'è piuttosto un tentativo onesto di fare i conti con la realtà, di non voltarsi dall'altra parte davanti a quello che è andato perduto.

La resistenza culturale dei luoghi

C'è un concetto che gli studiosi di patrimonio culturale usano sempre più spesso: resilienza del luogo. L'idea è che certi spazi abbiano una capacità quasi biologica di sopravvivere, di adattarsi, di reinventarsi anche dopo essere stati abbandonati o distrutti.

Pensiamo a L'Aquila, ancora in parte segnata dal terremoto del 2009, dove interi quartieri storici sono stati trasformati in cantieri permanenti ma anche in laboratori di sperimentazione urbanistica e artistica. O a Matera, che da città della vergogna — così la definì De Gasperi negli anni Cinquanta — è diventata Capitale Europea della Cultura nel 2019. O ancora a Trieste, città di confine e di meticciato culturale, dove ogni palazzo racconta tre o quattro storie nazionali diverse sovrapposte.

In tutti questi casi, la trasformazione non è arrivata dall'alto. È partita da persone — spesso giovani, spesso senza grandi mezzi — che hanno deciso di non accettare la resa. Che hanno scelto di abitare le rovine invece di fuggirle.

Tornare per restare

Forse la storia più bella che abbiamo incontrato durante questa esplorazione è quella di Ginevra, 32 anni, architetta. Nata a Reggio Calabria, cresciuta a Milano, ha deciso tre anni fa di tornare al Sud — non nel suo paese d'origine, ma in un piccolo comune del Cilento semi-abbandonato dove aveva trascorso le vacanze estive da bambina.

Ha comprato una casa diroccata per pochi soldi, l'ha ristrutturata con le proprie mani e con l'aiuto di alcuni artigiani locali, e ha aperto un piccolo residency per artisti. Ogni estate, tre o quattro creativi da tutta Europa vengono a lavorare lì per un mese, producono opere ispirate al territorio, e le lasciano al paese prima di ripartire.

«Non voglio salvare niente», dice Ginevra con una risata. «Sono troppo piccola per salvare un paese. Voglio solo che questo posto sappia di essere ancora vivo. Che qualcuno lo guardi e gli dica: ci sei ancora, ti vedo.»

In fondo, forse è questo il cuore di tutto. Non si tratta di musealizzare il passato né di fingere che il tempo non sia passato. Si tratta di guardare quello che rimane — i muri, le fotografie, le strade di pietra — e scegliere di trovare bellezza anche lì. Soprattutto lì.

Perché la memoria, quando diventa arte, non è più solo un ricordo. Diventa una promessa.

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